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martedì 8 maggio 2012

Trail di Santa Croce - di Gilberto Costa


« Si  calano a Bogliasco ognuno  dai propri  mille luoghi di provenienza, giungono in ordine sparso, silenziosi. Sono mossi da quei demoni che custodiscono dentro, spiriti benevoli all’uomo.
Donne e uomini vestiti  come guerrieri di stoffa leggera per sfidare il veleno del tempo che tramonta. Colorati come saltimbanchi sgargianti  per dipingere il canovaccio grigio che ha contaminato questo scorcio di primavera. Le prime luci dell’alba danno un volto alla collera strepitosa del mare. Cavalloni bianchi marini liberati dal tritone di Poseidone attaccano l’arenile indifeso del borgo sorpreso. »
Trail di Santa Croce edizione 2012
                                    (Un passo dignitoso.)
Di fiamme Sísifo pure vidi che pene atroci soffriva una rupe gigante reggendo con entrambe le braccia.
Ma quando già stava per superare la cima, allora lo travolgeva una forza violenta
di nuovo al piano rotolando cadeva la rupe maligna.  (Omero, Odissea, libro XI, versi 593-598 trad.)

Il trail di Santa Croce al terzo tentativo fa centro, si compie, completa. 50,3 km!
Finalmente si corre, cammina … ci si trascina, per l’intera fisionomia del percorso immaginato,voluto e desiderato, dagli amici & amiche dell’incantevole abitato rivierasco incastonato uno sguardo appena finto oltre Genova.
Tessuti al pettorale del Santa Croce come ricami di cotone Mouliné la corsa comincia. Intanto, il mare iracondo, qualche metro sotto litiga con il vento, si ode il clamore, rotola il fracasso, un gran chiasso.
La gara, competizione ha inizio.
Brevi sussurri, vocii, declivi, sequenza di tornanti d’asfalto ed ecco le porte per l’inferno.
La strada si dissolve sotto i nostri passi corti e, mentre ci incolonniamo chini sul  fiato attonito, alle nostre spalle emerge cupo il mare in tutta la sua collera, nella quale combatte un’arca dei giorni moderni rea di irritare la natura litigiosa di questo specchio immenso.
Presto andrò a sommarmi con coloro  i quali dividerò da li a venire le scudisciate inferte dapprima da Eolo, lungo la prima salita al cielo, il quale incurante delle preghiere terrene aprirà maligno il recipiente del vento vomitandocelo addosso, dalla sua moltitudine percosso. Vicini al primo fato, la nebbia, le nuvole, il fragore delle folate vengono bagnate di pioggia scagliata dal dio Marte. Ci abbracciamo all’erba, stringendoci alla paura di cadere, serrando la fila, correndo ognuno nel passo dell’altro, cercando la stessa aderenza ad un terreno sordo di clemenza, cieco di indulgenza.
Lungo la discesa seguente raccogliamo guerrieri feriti a terra, sanguinanti, colpiti da pietre acuminate, sparse da Zeus come mine antiuomo, vaganti quanto la loro condotta dissennata.
Cupi nel loro orgoglio, fieri in quelle poche, brevi parole: “Andate pure …”
Raggiungiamo il piano pacato, ondulato, meraviglioso. Qui gli dei si placano, permettendoci  di godere drogati la corsa, sollevati, sempre attenti a non incorrere nei trabocchetti disseminati in ogni dove.
Viaggiamo di comune accordo, estasiati. Il Caronte Zamba detta il passo, battendo lieve il suo remo,  le gambe, in queste contrade ove in principio era caos, in seguito riordinate  rese verdi disseminate. Sezionate da disegni  di ruscelli allegri, dove il cinguettio degl’uccelli fa colonna sonora alle onde del cielo, dove la forza calda del sole  tuffandosi la sera nel mare colora l’impercettibilità del diagramma all’orizzonte.
Nexxuno osa superarlo, troppo cruente sarebbe la sua furia. Audaci unicamente  nell’affiancarlo a turno per vedere i suoi occhi sprigionar fiamma.
Vaghiamo per ore in questo girotondo fra cielo monte e il mare, cementando la nostra unione, ammucchiati alla fatica, vicini ai nostri limiti, distanti un braccio dal ciglio del proprio baratro, sul filo di lama in equilibrio tagliente.
Saliamo al Santuario di Santa Croce per un’erta vile, tagliente, una salita resa nuda dal vento, siamo ancora legati tutti e tre insieme, Caronte, io ed Epifanio.
Giunti fuori il sagrato rupestre due profeti, messaggeri di giornata, alzando l’indice della mano indicano la via per l’ultima ascesa,  quella all’Olimpo.
Sgraniamo gli occhi esterrefatti, la bocca soffocata di commento; provati, non domi ripartiamo. Camminiamo sulla schiena di un mostro erboso, una creatura abnorme, aguzza nella sua prossimità, celata alla nostra vista dalla tempesta che riecheggia.
Stretti in passi agri, brevi d’affanno, sfioriamo l’orlo del precipizio di una caduta infinita, un passo dopo l’altro, senza chiederci quanti … un altro ancora.
Raggiungiamo il passo degli Dei, lo traversiamo investiti dal clamore dei nostri cuori che battono emozionati all’impazzata. Non si sente più il freddo, l’acqua non bagna, la fatica non è più dolore, i kilometri non sono tormento, la nebbia il grigio muta tutto in argento.
Scesi dal monte Olimpo, una lunga pietraia maledetta ci traghetta perfidamente fuori dall’inferno agonistico, infliggendoci le ultime percosse scivolose.
Un’altalena di creuze mattonate, vertiginose scalinate ci proiettano come palle di cannone all’originale finale, simili ad onde umane sulla passeggiata a mare, epilogo teatrale per la conclusione, un finale subliminale.

« C'è dentro di me non so che spirito divino e demoniaco; quello appunto di cui anche Meleto, scherzandoci sopra, scrisse nell'atto di accusa. Ed è come una voce che io ho dentro sin da fanciullo; la quale, ogni volta che mi si fa sentire, sereno mi dissuade da qualcosa che sto per compiere, e noni mi fa mai proposte. » (Apologia di Socrate, 31 d)




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