“Al podista interessa
unicamente la strada sotto i propri passi e quella sensazione di sgravio e
liberazione che la corsa ad ogni metro gli strappa e restituisce”
MARCIA DEL
ROCCOLO
Arenzano, elettrica, la
sua luce ammaliante, lo spettro della primavera che riappare tremolante.
Gli immensi recipienti
celeste, azzurro e blu cobalto si uniscono in un unico immenso salto.
Il cielo, il mare,
sagomati dalla carezza del vento che
soffia ombra fredda, scivolando dai pennacchi bianchi del Beigua, sospinto dai
balzi sereni della sua custode osservatrice.
L’ordine curato della
Pinetina, il silenzio verde che custodisce, scosso unicamente dai tonfi delle
aspettative dei costretti della strada.
Il mare appare
improvviso, profondo, iracondo fra le fronde. Irregolare.
Un pugno nello
stomaco in fondo la discesa.
A fatica ecco il
litorale. Corre mastodontico di traverso. Pugnalate profonde al costato,
inferte al fegato.
Il muto dolore da una
parte contrapposto alle persone a passeggio spensierate.
Gli occhi sofferenti gettati
in cielo, nel mare. Lasciati rotolare in terra, calpestati dai nostri stessi
passi.
L’imbuto ovale delle
gallerie, buchi neri che ingollano e rendono informi di fatica.
Masticano e sputano
fuori dalla miniera, ciuchi ciechi, orbi dallo stento.
Vasi comunicanti
impietosi. Echi di dolore maledetti.


