mercoledì 17 aprile 2013

Trail del Gorrei di Elisabetta Iurilli


Trail del Gorrei 2013

Guardo Martina appoggiare per la prima volta i suoi piedini sull’erba. Mi appare sconvolta, mi guarda con occhi che sanno di meraviglia ma anche di terrore. Non si sente sicura, non capisce cosa sia quel terreno instabile dove l’ho posata. Non si muove sebbene le chieda di venire da me. Poi allunga le braccia, sconfortata ma ben ferma, per essere presa in braccio. La guardo e rifletto sulla genetica. Sarà dura farle amare i trail … io avevo da poco concluso il mio Gorrei.
Alba di una giornata di sole primaverile. Forse il primo quest’anno a bearci dei suoi raggi caldi. Siamo partiti che era ancora notte, il cielo ha preso mille colori prima di tingere tutto del suo azzurro carico.
La macchina dell’organizzazione è severa ma efficiente. Sappiamo tutti il perché, non ci piace parlarne, ma
abbiamo tutti un runner nel cuore.
Zaini, borracce, occhiali da sole, testa coperta con mille diversissimi copricapi, bastoncini, calze fino al ginocchio e pettorale pinzato ad un elastico o sulla gamba. Barbe incolte, capelli lunghi chi può. Selvaggi, modaioli, ma anche un po’ “gnocchi”!!!
Si parte!!! La musica suona ad alto volume la colonna sonora di Rocky. La piccola Moretti vede le sue strade riempirsi di un fiume colorato in fuga. Una partenza invero non velocissima, ma in salita, con i runners che sanno di dover dosare le proprie forze senza sprecarle per sostenere la fatica dei 24 o 46 km.
Io ho scelto il percorso corto, che poi tanto corto non mi sembra. Ma nei trail è tutto esagerato. Compresi i nostri balzi da caprioli, i piedi che passano indifferentemente dalle pietre, all’asfalto, al terriccio, al fango, all’acqua. Le salite che tolgono il fiato non sono mai ostacoli insormontabili. Corri e hai la consapevolezza che troverai prima o poi una pendenza più favorevole, ti dici che non sei l’unico a trovare ostacoli, che anzi, se nella vita gli ostacoli fossero tutti rappresentati da salite scoscese o discese troppo ripide tutto sarebbe infinitamente più bello.
Corri e senti l’odore del bosco, lo respiri a pieni polmoni, ti lasci inebriare dalla sua frescura, dalle macchie di fiorellini variopinti che finalmente si sono decisi a spuntare. Eppure in terra ci sono le foglie morte, i rametti secchi che scricchiolano quando il piede vi si posa. L’inverno col suo gelo ha fatto cadere dei tronchi. Li scavalchiamo incuranti proseguendo il nostro sentiero.
Sento fruscii di lucertole che scappano, impronte di cinghiali tra quelle più fresche di runner. Non ho la musica nelle orecchie, nel bosco non serve, ci pensano le melodie degli uccellini.
Incontro gente, ascolto storie, io parlo poco, il fiato è un bene di lusso.
Poi i ristori. Nei trail ho sempre la sensazione di essere un po’ coccolata. Ed è straordinariamente bello quando qualcuno che non conosci si occupa di te, della tua sete, della tua fame, della tua salute. E lo fa sorridendo.
Verso la fine mi accorgo di essere un po’ “in botta”. Devo aver quasi esaurito le mie energie. Le gambe si trascinano, duole la caviglia fragile per cui mi era stato raccomandato di non accostarmi mai ai trail. Penso alla scorsa edizione di questa gara. Pioveva, era tutto grigio sopra e fango sotto. Ma avevo intuito la bellezza dei luoghi e quel ricordo mi aveva fatto tornare. Da sola. Non come lo scorso anno, quando le fatiche erano state condivise e quel bosco aveva fatto da sfondo alle confidenze di due vecchi amici …
Vedo il traguardo, ma il girotondo intorno ad esso che impone il percorso mi fa sclerare.
Beppe preannuncia il mio nome al microfono, ne esce un sorriso da occasione. Trovo i miei amici ad attendermi, è bello essere aspettati nonostante ci si metta tanto!
E’ come se la fatica fosse scomparsa, rimane la gioia dipinta nel volto, negli occhi. Mi sento felice.

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